Mia madre collezionava farfalle morte – “scampoli di passato al sale”.

Che detto così potrebbe sembrare il titolo di un romanzo. Di fatto non lo è ma vuole rappresentare lo spunto dal quale ho intitolato (definitivamente) il mio blog, Il volo di una Parpalla.

Mia madre collezionava farfalle morte, essiccate e incorniciate sotto vetri leggermente bombati, cosa che non faceva altro che aumentare l’oplunenza che si respirava a casa nostra. Era già tutto piuttosto impegnativo lá dentro, una casa vestita di ombre e morte non era di certo ospitale ai più, e l’aggiunta di quelle centinaia di farfalle biscottate, affisse ovunque (bagni compresi) non rispettava affatto il claimHome sweet home”.

Trovavo la cosa di pessimo gusto (per dirlo io che trovo affascinanti persino i cadaveri) nonostante sposasse largamente i criteri d’arredo con i quali aveva vestito il suo guscio protettivo. Fra candelabri appesi ai muri e tappezzerie volutamente logore (a sua detta “preziosità stilistiche”) c’era da perdersi nello sconforto. Oggi? Lo adoro.

Non ho mai chiesto il perché di quell’insana esigenza, non era solita dare spiegazioni (meno che mai alla sottoscritta), ma certo era che quel suo ambiguo modo di disfarsi dell’esistenza di quelle povere creature, viaggiava su binari evidentemente contradditori. Diceva di amare la natura, gli animali, i colori e tutto ciò che sapeva di vita, peccato che ai miei occhi quelle farfalle essiccate puzzavano soltanto di resine ed essiccanti.

Poi c’era la questione del bel tempo ovviamente da correlare al tempo della rinascita stagionale, d’altronde da che ho memoria, era cosa scontata coniugare farfalle e praterie (così si disegnava a scuola, ma non io) momento che da noi però si dissolveva nella miseria del tempo aperto vietato alle aperture. Casa mia veniva sigillata come un corpo rammolito dentro un grosso sacco nero dell’immondizia zeppo di naftalina, fosse mai che qualcuno potesse scorgere dall’esterno con quanto disanimo trascinassimo la coperta corta del giorno verso la notte, anche quando il sol leone indorava ogni cosa. Troppa luce, troppo calore, forse troppa vita tutta d’un enfisemico fiato.

Tuttavia, maturai nel tempo due certezze: la prima che il bello o il cattivo tempo dovevo stabilirlo da me secondo mio gusto e necessità, e che non avere mai risposte da parte sua non era sinonimo di irriverenza quanto invece di un modo distorto per proteggermi dalla sua malattia. Non si può spiegare a un bambino che non si ha più voglia di vivere, specie se quel bambino è entrato a far parte della tua vita per un capriccio simulato dalla tua depressione che sappiamo bene essere una bestia infernale in grado di falsare persino la realtà, figuriamoci tutto il resto.

E per concludere il mio prima, ma ne parlerò un’altra volta. Quello che so, con somma certezza, è che di quelle farfalle io ne ho tratto le mie Parpalle, un mix di soggetti perfettamente in grado di volare “nonostante tutto”, nonostante la tristezza della bella stagione che in cuor mio è vietata all’aperto.

Paola.

il mio prima